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    Spese smart working

    Smart working timer 4 min.
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    Da marzo 2020, lo smart working ha aperto le porte al lavoro da casa, una nuova modalità che  probabilmente sarà mantenuta in futuro anche ad emergenza Covid terminata e alla quale potrebbero  aderire sempre più studenti e lavoratori. C’è chi di questa novità ha subito apprezzato alcuni aspetti: la  comodità di lavorare da casa, di non doversi spostare con i mezzi o con l’auto e di poter organizzare in  pochi minuti una riunione con persone da tutto il mondo. 

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    Chi sostiene le spese dello smart working

    Ci sono però alcuni aspetti che hanno scaturito dibattiti, già da diverso tempo. Se il lavoratore dipendente  esercita la sua attività da casa, chi si occupa quindi dell’acquisto di una comoda sedia ergonomica, della  linea telefonica per internet e dei costi della luce? I primi a sollevare la questione sono stati i sindacati e le  associazioni delle categorie già nel 2017 quando in Italia è nata la pratica del telelavoro che prevede di  alternare qualche ora della giornata o della settimana in ufficio e una parte a casa.  

    Quando la pandemia di Covid ha avuto inizio e lo smart working, anche definito lavoro “agile” e composto  per la sua totalità dal lavoro svolto all’interno della propria abitazione, è diventato ufficialmente una pratica  alternativa al lavoro in azienda o alla presenza degli studenti a scuola, apparentemente nessuno si è  preoccupato di pensare che queste spese normalmente a carico del datore di lavoro, sarebbero state  sostenute dal dipendente con lo stesso stipendio, rimasto invariato. 

    Il ruolo dell’azienda e del dipendente

    Tra le aziende, infatti, c’è chi ha sostenuto un costo iniziale per l’acquisto dei pc dati in comodato d’uso in  modo da poter consentire l’installazione di determinati programmi e di una rete aziendale protetta e c’è  anche chi ha potuto avvalersi del pc di casa del proprio dipendente, senza affrontare alcuna spesa.  

    Il dipendente, d’altro canto, che recepiva uno stipendio mensile totale da destinare alle proprie spese  personali si è trovato a dover includere anche quelle lavorative, come quelle della corrente elettrica, di  sistemazione della postazione di lavoro, di una stampante e altre annesse. Tra i dipendenti e i sindacati a  tutelare gli stessi c’è chi parla di stipendio decurtato rispetto a quello che normalmente veniva percepito.

    Esiste una Legge sullo smart working?

    Fino ad oggi, l’unica Legge relativa allo smart working risale al 2017. Pur non prevedendo che sia il datore di lavoro a fornire gli strumenti di lavoro ai dipendenti, nella stessa non è presente alcuna specifica in merito a chi debba sostenere questo tipo di spese e lascia alle parti, azienda o dipendenti, la libera scelta di accordarsi.

    Sicuramente responsabilità dell’azienda è quella di accertarsi che il lavoratore lavori in sicurezza nell’ambiente casalingo e sottoscrivere un accordo con il dipendente in modo da definire le modalità di lavoro a distanza.

    spese smart working

    I dubbi sui costi dello smart working

    E riguardo ai buoni pasto? Il lavoratore dipendente ne ha diritto? Chi lavora da casa, ad oggi, non ha l’obbligo di pranzare al di fuori della propria abitazione, a differenza di come farebbe se lavorasse dall’ufficio, e per questo motivo i buoni pasto a chi è in smart working non sono riconosciuti come stabilito dalla Corte di Cassazione con la sentenza del 28 luglio 2020.

    Le cose però sembra stiano per cambiare. È notizia di inizio anno che il governo italiano stia pensando di introdurre un bonus smart working, per colmare le spese che andrebbero a sostituire i buoni pasto, così come gli straordinari, le spese per la corrente elettrica e di Internet.

    La necessità di introdurre un bonus di questo tipo è emersa in seguito al dibattito sul trattamento economico per chi lavora da casa che deve essere identico a chi lavora dall’azienda. La problematica che resta in fase di discussione, motivo per cui l’incentivo non è ancora stato ufficializzato, è proprio il trattamento economico del dipendente che non riceve un aumento del proprio stipendio ma che dallo stesso deve sottrarre, a differenza di quanto faceva in precedenza, delle spese utili a coprire quelle legate all’attività lavorativa in smart working.

    La proposta di Legge sullo smart working

    Quello a cui si sta pensando, quindi, è un rimborso delle utenze oppure ad un pacchetto welfare, che tenga conto dei guadagni e delle spese di un lavoratore, offrendo sconti e servizi a sostituzione delle perdite. Un altro punto in sospeso rimane proprio quello dei buoni pasto. Il calcolo del totale da erogare è complesso perché si tratta di un beneficio relativo sia all’orario di lavoro che alla durata della pausa pranzo.

    Infine, la valutazione degli straordinari ancora più complessa da calcolare perché in questo caso, lavoratori statali, dipendenti e liberi professionisti con partita iva hanno politiche e accordi completamente differenti. Nel caso di lavoratori del settore privato, la pratica più diffusa è quella di pagare il lavoro straordinario a forfait. Il problema si presenta invece per il dipendente pubblico, dove gli straordinari sono pagati solamente a fronte dello svolgimento di una prestazione lavorativa.

    Conclusioni

    La via da percorrere potrebbe quindi essere un bonus a forfait che possa comunque aiutare il lavoratore di qualsiasi categoria ad affrontare le spese del lavoro in modalità “agile”, senza dover recepire uno stipendio dimezzato.


    Nuevo llamado a la acción


     

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